PAESAGGIO E VITE ‘MARITATA’ CON GELSO

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In un articolo del 2014 sulla ‘Bellussera’ Pia Martino scrive: ”Dal tardo Medioevo -ma sicuramente anche in epoca romana e preromana- e fino alla fine del 1800, in tutto il centro-nord Italia la vite era allevata “maritandola” ad un tutore vivo, a comporre dei filari ai bordi della proprietà o a dividerla in appezzamenti il più possibile regolari, destinata a colture cerealicole o a prato. Questo sistema prende il nome di “alberata”, cioè un solo albero su cui far crescere una o più viti, oppure “piantata” quando con la stessa tecnica crea una sorta di filare.”

Come abbiamo già segnalato in altri post su questo blog,  la vite ‘maritata’ con il gelso era uno degli elementi che contribuiva alla formazione del paesaggio rurale in varie parti d’Italia. La scelta tra acero, frassino, ciliegio, salice, ornello, gelso, pioppo o altro, veniva fatta dal contadino con attenzione in funzione del luogo, del tipo di terreno, oppure delle esigenze familiari. Le specie legnose più adatte erano sicuramente quelle con sistema radicale fittonante, capace di approfondirsi nel terreno (e quindi di esplorare gli strati in cui non si spingevano le radici della vite) e quelle aventi chioma non troppo folta, con foglie poco espanse e che potessero sopportare potature molto severe.

In questo passato non troppo lontano, chi coltivava la terra era solito fare più colture nello stesso fazzoletto di suolo. In Veneto, vigeva la regola “dei tre campi, per cui l’intero appezzamento veniva suddiviso con le alberate in tre parti, di cui una coltivata a mais per ottenere la farina per la polenta quotidiana, le altre due a frumento. Questo serviva a pagare l’affitto oppure a saldare il contratto di mezzadria, il quale prevedeva sempre il conferimento di una quota di uva o di vino, assieme a una certa quantità di frumento, nonché la decima ed il quartese alla Chiesa. Il rimanete poteva dare un piccolo reddito al coltivatore, oltre a un po’ di farina per fare il pane e variare la dieta.

Questa organizzazione del territorio e del paesaggio  creava delle suggestive quinte scenografiche come testimoniano alcuni dei molti autori che tra il ‘700 e l’800 raggiunsero l’Italia viaggiando attraverso alcune grandi regioni d’Europa. Goethe scriveva ad esempio nel suo Viaggio in Italia “Si vedono lunghe file di alberi e intorno a questi sono ravvolti i tralci delle viti che ricadono in giù. Le uve mature premono sui tralci i quali vacillando, cadono penzoloni.” Quanto a Bertol Brecht, egli si stupiva affermando: “Lo spettacolo è negli occhi dello spettatore”.

In provincia di Belluno sono rimasti pochi esemplari di vite ‘maritata’ al gelso. Un motivo per la loro conservazione risiede nel fatto che rappresentano una chiave di lettura della vita dei nostri nonni. Essi, oltre ad essere ‘produttori’, erano anche custodi di saperi e del territorio stesso – una storia da raccontare alle future generazioni.

Si invita anche a leggere il seguente articolo (Veneto Agricoltura)

Da visitare: il Museo all’aperto Borgo e vigneto storico di Baver

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