I BACHI DA SETA SONO TORNATI

sharing3fvg-bannerGrande affluenza di pubblico il 20 Novembre 2017 per l’interessante webinar (seminario interattivo tenuto nel web) a cura di IAL Friuli Venezia Giulia durante il quale si è parlato della ripresa della produzione agricola in Italia, non solo per la produzione tessile, ma per molti settori come quelli della cosmetica, biomedicina, farmaceutica, alimentare e industria del lusso. Durante la diretta online è stato possibile rivolgere domande, fare commenti e ricevere risposte comodamente da computer, tablet e smartphone.

Silvia Cappellozza, ricercatrice, responsabile del laboratorio di gelsibachicoltura di Padova del CREA Centro di Ricerca Agricoltura e Ambiente (MiPAAF), ha illustrato i nuovi utilizzi dei bachi da seta.

 


Presentazione pdf a cura di Silvia Cappellozza

SHARING3FVG: il programma che condivide e stimola l’innovazione

Prevede 80 webinar, seminari online in diretta della durata di un’ora, in compagnia di 80 testimoni che racconteranno la loro esperienza e faranno intravedere nuovi possibili scenari di sviluppo. 

I webinar di Sharing3FVG presentano casi reali inerenti le aree: agroalimentare; crescita digitale e imprenditoriale; cultura creatività e turismo; metalmeccanica e sistema casa – filiere produttive strategiche; smart health; tecnologie marittime.

Il programma Sharing3FVG nasce per favorire la condivisione di conoscenze ed è un contributo allo sviluppo dei “sistemi regionali di innovazione” che fanno riferimento alla Strategia di specializzazione intelligente (S3, Smart Specialisation Strategy).

La partecipazione ai webinar#Sharing3FVG è GRATUITA grazie al finanziamento della Regione Friuli Venezia Giulia e del Fondo Sociale Europeo nell’ambito del Programma Operativo Regionale 2014/2020. 

> Vedi tutti i webinar in programma 

 

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PAESAGGIO E VITE ‘MARITATA’ CON GELSO

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In un articolo del 2014 sulla ‘Bellussera’ Pia Martino scrive: ”Dal tardo Medioevo -ma sicuramente anche in epoca romana e preromana- e fino alla fine del 1800, in tutto il centro-nord Italia la vite era allevata “maritandola” ad un tutore vivo, a comporre dei filari ai bordi della proprietà o a dividerla in appezzamenti il più possibile regolari, destinata a colture cerealicole o a prato. Questo sistema prende il nome di “alberata”, cioè un solo albero su cui far crescere una o più viti, oppure “piantata” quando con la stessa tecnica crea una sorta di filare.”

Come abbiamo già segnalato in altri post su questo blog,  la vite ‘maritata’ con il gelso era uno degli elementi che contribuiva alla formazione del paesaggio rurale in varie parti d’Italia. La scelta tra acero, frassino, ciliegio, salice, ornello, gelso, pioppo o altro, veniva fatta dal contadino con attenzione in funzione del luogo, del tipo di terreno, oppure delle esigenze familiari. Le specie legnose più adatte erano sicuramente quelle con sistema radicale fittonante, capace di approfondirsi nel terreno (e quindi di esplorare gli strati in cui non si spingevano le radici della vite) e quelle aventi chioma non troppo folta, con foglie poco espanse e che potessero sopportare potature molto severe.

In questo passato non troppo lontano, chi coltivava la terra era solito fare più colture nello stesso fazzoletto di suolo. In Veneto, vigeva la regola “dei tre campi, per cui l’intero appezzamento veniva suddiviso con le alberate in tre parti, di cui una coltivata a mais per ottenere la farina per la polenta quotidiana, le altre due a frumento. Questo serviva a pagare l’affitto oppure a saldare il contratto di mezzadria, il quale prevedeva sempre il conferimento di una quota di uva o di vino, assieme a una certa quantità di frumento, nonché la decima ed il quartese alla Chiesa. Il rimanete poteva dare un piccolo reddito al coltivatore, oltre a un po’ di farina per fare il pane e variare la dieta.

Questa organizzazione del territorio e del paesaggio  creava delle suggestive quinte scenografiche come testimoniano alcuni dei molti autori che tra il ‘700 e l’800 raggiunsero l’Italia viaggiando attraverso alcune grandi regioni d’Europa. Goethe scriveva ad esempio nel suo Viaggio in Italia “Si vedono lunghe file di alberi e intorno a questi sono ravvolti i tralci delle viti che ricadono in giù. Le uve mature premono sui tralci i quali vacillando, cadono penzoloni.” Quanto a Bertol Brecht, egli si stupiva affermando: “Lo spettacolo è negli occhi dello spettatore”.

In provincia di Belluno sono rimasti pochi esemplari di vite ‘maritata’ al gelso. Un motivo per la loro conservazione risiede nel fatto che rappresentano una chiave di lettura della vita dei nostri nonni. Essi, oltre ad essere ‘produttori’, erano anche custodi di saperi e del territorio stesso – una storia da raccontare alle future generazioni.

Si invita anche a leggere il seguente articolo (Veneto Agricoltura)

Da visitare: il Museo all’aperto Borgo e vigneto storico di Baver

SAN LEUCIO, LA SETA DEI BORBONI

A pochi chilometri dallo sfarzo della Reggia di Caserta, un’altra meraviglia tutelata dall’Unesco spalanca le porte: è San Leucio, una frazione del comune di Caserta la cui fama è legata alla manifattura della seta, vera e propria fortuna che trasformò quella che era una residenza di caccia, il Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio, in una vera e propria realtà industriale alla cui basa vigevano principi di uguaglianza sociale ed economica.

Grazie a Ferdinando IV, figlio della regina Amalia e di Carlo III di Borbone, quella che era una dimora reale acquistata dai principi Acquaviva, divenne non una dimensione di puro sfarzo ad uso privato ma un lusso alla mercé di tutti. Nata come riserva di caccia, il Complesso Monumentale del Belvedere di S. Leucio, chiamato “Belvedere” per la vista panoramica sulle campagne, il Vesuvio e Capri, si trasformò nel 1178 in una fabbrica della seta, una sorta di comunità con tanto di case e scuole il cui funzionamento era legato ad uno specifico Codice delle leggi che sanciva l’autonomia del piccolo borgo e ne regolamentava il funzionamento ispirandosi a valori quali uguaglianza e solidarietà, vedendo uomini e donne come pari, stesso lavoro, stesso salario e, inoltre, formazione gratuita e obbligatoria per tutti.

All’interno di questa città-fabbrica si svolgevano tutte le fasi del processo produttivo, dall’allevamento dei bachi da seta alla produzione del prodotto finale. La richiesta dei manufatti in seta era davvero cospicua, il mondo intero voleva pregiarsi di questi tessuti che uscivano dalla “Real Colonia Serica di San Leucio“, pezzi unici, sublimi tra tende, arazzi e broccati in grado di vestire ogni dimora di eleganza: basti pensare che validi esemplari di seta di San Leucio tutt’oggi arredano la Reggia di Caserta oltre alle stanze del Vaticano, al Quirinale e ancora lo Studio Ovale della Casa Bianca nonché le bandiere, comprese quelle che sventolano a Buckingham Palace.

Tutto funzionò alla perfezione fino al 1861, anno in cui, a seguito della invasione sabauda, il Regno fu annesso al Piemonte ed il setificio venne privatizzato.

Quelli che un tempo erano operai inglobati di questo ambizioso progetto, hanno dato vita a piccole aziende familiari e, nel 1992, realtà come il Setificio Cicala, l’Antico Opificio Serico De Negri, Industrie Tessili Alois, la Manifattura Tessile Boccia, la Alois, la Passamanerie San Leucio, la Arte Seta Alois e la Giuseppe De Negri e Figli hanno unito le forze per dare vita al Consorzio San Leucio Seta

Nel Palazzo del Belvedere sorge oggi  il “Museo della seta“, un prezioso contenitore di meraviglie che permette di rivivere e ripercorrere le tappe salienti del successo serico di questa realtà, tra antichi macchinari, telai, manufatti, torcitoi o ancora mediante la visita degli appartamenti reali con sale affrescate, i giardini del Belvedere e la Casa del Tessitore, valido esempio di abitazione operaia.


Per informazioni su visite | Pro Loco