OTTO SECOLI DI SETA – IL BUSINESS DEL GELSO

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Ci permettiamo di riprodurre un articolo interessante pubblicato nel 2009 su Repubblica.it

Un mare verde. Un vasto panorama di alberi dalle foglie tenere di un bel verde chiaro. Da Modica a Caltagirone, da Messina a Siracusa, da Palermo fino a Trapani. Ben prima che i terreni siciliani conoscano l’ avvento della cannamele (canna da zucchero) e degli agrumi, colture di pregio che daranno fama e grandezza economica all’Isola, è il gelso a farla da padrone. Mille anni fa questo albero, così grande da richiedere almeno venticinque metri di spazio per i suoi rami, è coltivato su larga scala e conosce la massima gloria, non tanto per i suoi apprezzati frutti quanto per le foglie, indispensabili per la coltivazione del baco da seta. Un albero di sei anni produce già cinque chili di foglie, buone per allevare i preziosissimi bachi.

La storia,o la leggenda, se preferite, narra che il prezioso filugello sia giunto dall’ Oriente grazie alla furtiva intraprendenza di due monaci che nascosero due bachi in una canna di bambù per donarli all’ imperatore Giustiniano nel 552 dopo Cristo. Da allora Costantinopoli diventa il centro maggiore dello smercio della seta. E Palermo, già in periodo arabo, ma soprattutto in quello normanno, fa tesoro dell’ esperienza bizantina con il suo Tiraz, l’ opificio in cui si tesse seta e oro. I drappi magnifici di Ruggero II e Federico II rispettivamente esposti a Vienna e a Metz, sono oggi la prova più chiara dell’ abilità raggiunta dai maestri tessitori dell’ Ergasterion, che lavoravano nel Palazzo Reale, – un primato che il Tiraz detiene per almeno un secolo. Poi la coltivazione del gelso prosegue nell’ Isola, seppure i laboratori serici della Sicilia non mantengono una posizione di primato assoluto nella manifattura. Dal gelso nero, con il quale all’ inizio si avvia la coltivazione, si passa nel Quattrocento a quello bianco, di vita più breve, ma più indicato.

Per quel che attiene alla produzione della materia prima la Sicilia mantiene una posizione di dominio, tanto che Messina diventa florida e ricca grazie al mercato dell’ esportazione della seta cruda e alla fine del Seicento, strizzando l’ occhio ai francesi, giunge perfino a reclamare il rango di capitale del regno di Sicilia. Grano e seta si direbbe che siano le voci più attive delle esportazioni siciliane. Del ricco commercio serico rimangono tracce visibili a Palermo, dove era uno dei tre consolati della seta: nel Seicento al Capo la confraternita dei setaioli erige la chiesa del Crocifisso di Lucca, costruita da ricchi commercianti toscani e oggi, ironia della sorte, ridotta a un suk del tessile cinese. Ancora oggi nel centro storico di Palermo ben quattro toponimi al Borgo Vecchio, uno a Porta Sant’ Agata e un altro in via Maqueda sono legati al gelso.

Ai tempi di Plinio, invece, il gelso è una presenza assai rara, come quella di noci e melograni. Si apprezza certamente di più peri frutti neri che sporcano le mani, mentre quelli acerbi le puliscono. Il celebre naturalista dell’ antichità classica infatti annota: tingunt manus succo, eluunt acerba. Dal nome latino, “morus excelsa”, adottato nel Settecento da Linneo per la sua classificazione, viene anche il corrispondente italiano: celso o gelso, da cui il dialetto “ceusu”. Morus invece deriva dall’ associazione con la più comune mora. Pare che i frutti provengano dalla Morèao Peloponneso, in cui sono estremamente diffusi. A metà del Settecento la coltivazione è ancora estesa in Sicilia. Il barone Filippo Nicosia nel suo “Il podere fruttifero e dilettevole”, trattato agronomico edito a Palermo nel 1735, descrive nei suoi feudi ennesi tre varietà del frutto bianco ( Morus alba ): con frutto maggiore o vrancu, vrancu sarvaggiu e rumagonolo. Inoltre, annota la maggiore facilità con cui il frutto scuro si può staccare dal ramo e che il gelso nero si può innestare sul bianco e viceversa.

Poi comincia il lento declino della coltivazione, forse anche a causa dell’ avvento degli agrumi che nell’Ottocento registrano un vero e proprio boom. Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” e Verga ne “I Malavoglia” ricordano la presenza dei gelsi, ma pare di capire che si tratta di presenze puntiformi in frutteti padronali e non più di estese coltivazioni. Così, ai primi del Novecento avviene una strana inversione di tendenza e non è più il Sud il capofila della produzione, bensì il nord della penisola, tanto che il ministro dell’Agricoltura Rava favorisce la diffusione delle piante in Puglia.

Quattro anni fa, con due diversi progetti di catalogazione, la facoltà di Agraria e il dipartimento di Scienze botaniche dell’ università di Palermo hanno svolto un censimento delle specie da frutto residue in Sicilia per migliorare le specie presenti. L’indagine, se mai ce ne fosse stato bisogno, ha sottolineato la presenza puntiforme del gelso, localizzato in pochi esemplari nella Conca d’ Oro. Al Parco della Favorita, per fare un esempio, ne sono rimasti pochissimi, erano una sessantina fino a metà dell’ Ottocento.

Ma se la Sicilia ormai da tempo ha abbandonato la coltivazione del gelso e l’ allevamento dei bachi non si può dire che l’ interesse scientifico attorno all’albero sia diminuito. Ne è la prova una missione scientifica in Tagikistan, svolta dalla facoltà di Agraria di Palermo. Nella ex repubblica sovietica, un paese montuoso senza sbocco a mare, appena il 7 per cento del suolo è coltivabile. Tuttavia, esso è una culla della biodiversità, un luogo magico dove il docente di frutticoltura Francesco Sottile è andato a scoprire numerose varietà di gelso sconosciute in Europa. L’ idea è quella di studiare a fondo il patrimonio di queste piante, magari per riproporre la coltivazione in Sicilia. Si scopre così che da quelle parti il gelso è una piccola panacea. Il frutto è mangiato fresco, secco e liofilizzato ed è utilizzato per mille altre applicazioni, compreso il tè. E qualcuno giura che sia anche un efficace anti-tumorale. Ma questo è tutto da dimostrare.

MARIO PINTAGRO

HAUTE COUTURE E SETA 100% ITALIANA

origin_homeIl nostro partner D’Orica presentava qualche giorno fa a Milano Unica, nell’edizione FW18/19 un progetto, realizzato con il Designer Alberto Zambelli,  che unisce tradizione e innovazione, estetica e etica, seta 100% italiana e oro. 

Sul sito SetaEtica, si legge:

”Il filato in seta naturale ottenuto dall’allevamento di bachi italiani è stato ritorto e tessuto come da antica tradizione in una visione di rinascita della filiera produttiva della “Seta Etica italiana”L’aspetto crudo e croccante del tessuto è stato ottenuto da un particolare finissaggio che esalta nell’abito tunica lo stile rigorosamente Decò. Seta e oro si uniscono in una fusione di materie pure per una nuova filosofia del lusso. Un incontro naturale di due attitudini creative condivise in un’anima riflessa. Una riscoperta della gestualità plasmata nell’abito, in un connubio di materie che profumano di gelso.”

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SETICA AD ECOFUTURO: DIDATTICA AMBIENTALE

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Lo scorso venerdì 14 luglio, vari rappresentanti* della rete agricola veneta SETICA si sono dati appuntamento al Parco Fenice di Padova per animare un laboratorio di didattica ambientale sul baco da seta per bambini in ambito di ECOFUTURO.

Il laboratorio ha visto la partecipazione di circa 60 bambini del centro estivo. Interessante, la reazione dei bambini davanti al Signore della Seta. Dopo un’introduzione da parte di Angelo Pagnanin, direttore del Cantiere della Provvidenza-SPA, scs ONLUS di Belluno, seguita da una simulazione della trattura con l’uso di una mini-filandina da parte di Lorenza dell’azienda Agricola Bernardo, che rappresenta un anello centrale nella filiera primaria della gelsibachicoltura veneta in quanto vivaio specializzato nelle piante di gelso, i bambini hanno potuto toccare con mano i bachi e condividere liberamente le loro impressioni.

Toccante il commento di un bambino di 4 anni: ” Quando rientro a casa, come faccio a ritrovare un amico come questo? Dove si possono trovare? Sono così bellissimi e tranquilli”!

Per interventi nelle scuole o visite guidate presso le aziende della rete SETICA, non esitate a contattarci.

*Angelo Paganin, Eric E. van Monckhoven (Cantiere della Provvidenza), Lino e Lorenza Bernardo (Agricola Bernardo), Walter Frazza (Azienda agricola Frazza Elena)

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ECOFUTURO 2017: ECOTECNOLOGIE, AUTOCOSTRUZIONE, ETICA D’IMPRESA, ECONOMIA CIRCOLARE

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Dopo il successo delle prime tre edizioni, dal 12 al 16 luglio torna EcoFuturo, il Festival delle EcoTecnologie e dell’Autocostruzione!

Come negli anni precedenti partecipa anche SETA ETICA con uno stand della nuova rete agricola veneta SETICA e con un intervento di Giampetro Zonta di D’orica il sabato 15 alle ore 14.30.

Questa quarta edizione si terrà a Padova, nella splendida struttura del Parco Fenice, che è un vero e proprio tuffo nel futuro.

Non è soltanto una fiera di innovazioni ecotecnologiche, EcoFuturo nasce dall’incontro di alcune persone e realtà che insieme maturano una precisa consapevolezza: quella che in Italia esiste un patrimomio straordinario di idee, esperienze e progettualità che coinvolge l’ecologismo in tutte le sue diverse espressioni.

Un patrimonio troppo spesso invisibile. Associazionismo, imprese innovative, amministrazioni virtuose, mondo della ricerca e dell’informazione spesso rappresentano delle vere e proprie eccellenze, a livello europeo e in alcuni casi addirittura mondiale!

Eppure, paradossalmente, l’ecologismo nel suo insieme appare piuttosto debole, a nostro avviso soprattutto perché ancora estremamente frammentato. EcoFuturo si pone dunque l’obiettivo di costruire ponti, di far incontrare fra loro queste eccellenze, dare loro voce e visibilità attraverso una imponente rete di comunicazione (web, tv, radio, giornali…) e la possibilità di confrontarsi – in una cornice conviviale, creativa e cooperativa – per fare nascere nuove idee e possibili collaborazioni.

Perché il nostro futuro passa necessariamente da un conversione ecologica della società – a tutti i livelli – in cui tutti gli attori devono essere protagonisti.

E tutti insieme! Il Futuro è Eco e ognuno di noi ne è l’artefice con le proprie scelte.

(Troppo serio… avremmo dovuto anche dire che ci piace stare insieme, suonare, ballare, cantare, filosofare, brindare, guardare il tramonto, scrivere poesie, camminare, sperimentare, fare sogni e insieme realizzarli!)


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