NIDO DI SETA: GELSIBACHICOLTURA IN CALABRIA

WP_20151002_039

Vi riproponiamo un articolo a cura di Miriam Corongiu apparso su decrescita.com

C’è un manipolo di giovani ribelli, giù in Calabria, una piccola guarnigione a difesa di un’arte antica: sono i ragazzi della Cooperativa Nido di Seta a San Floro (Catanzaro), tre spiriti liberi che si occupano di 3.500 piante di gelso, di cinque telaini di bachi – circa 100.000 animaletti – e di tutte le fasi di lavoro che trasformano i bozzoli in quel miracolo millenario che è il filo di seta. E lo fanno alla maniera tradizionale, come si faceva 500 anni fa.

Una scelta che non ha il sapore di un ripiego nostalgico o dell’ultima chance, ma che è il frutto maturo di un percorso reale e mentale che moltissimi ragazzi del Sud sono costretti a fare. Domenico, Miriam e Giovanna hanno viaggiato e studiato “fuori” per poi tornare alle proprie origini: la Calabria – come scrivono sul loro sito web – ha sussurrato loro “credete in me, non abbandonatemi!”. Così, grazie a un progetto sperimentale sviluppato nella loro piccola città e mai decollato, il Nido di Seta chiede e ottiene di potersi occupare del gelseto impiantato con fondi europei e poter investire in un settore che anticamente era una struttura economica portante tra Calabria e Sicilia, quello della gelsibachicoltura.

In un mondo in cui si privilegia ciò che è “grande” e si strizza l’occhio alle multinazionali, sovrasfruttando i terreni e la forza lavoro, rimanere “piccoli”, autentici, ma soprattutto rispettosi della natura – e poterci anche campare – non è uno scherzo. Significa lavorare come muli e convogliare le proprie energie nella direzione di molti progetti che solo nel loro insieme possono garantire la sopravvivenza. Il Nido di Seta, infatti, costruisce il proprio successo sulla multifunzionalità dell’agricoltura, intesa soprattutto come rivitalizzazione di una cultura dimenticata e basata sull’amore per la terra: i gelsi producono more dalle quali ricavare marmellate e tinture tessili naturali, il bosco in cui prosperano offre un cammino sereno e silenzioso per i turisti, i bachi donano la seta con cui l’artista del gruppo, Giovanna, realizza gioielli e organizza laboratori alla portata di tutti coloro che intendono avvicinarsi ad una dimensione nuova della fantasia e il piccolo museo della seta ( di cui la Cooperativa ha la gestione), situato in un castello del 1400, rispolvera la storia di una bellissima regione italiana che è anche la storia di una principessa cinese di 5000 anni fa e di un segreto custodito gelosamente per secoli, svelato poi all’Europa ai tempi dell’Imperatore Giustiniano.

La gelsibachicoltura, però, non è solo una vaga reminiscenza o l’ultima testimonianza di un sapere che fu. Oggi è anche un trend economico che si mostrerebbe, almeno sulla carta, del tutto ecocompatibile. Lo asserisce il CRA-API, il Consiglio per la ricerca in agricoltura, Unità di Apicoltura e Bachicoltura, il 28 aprile di quest’anno in un’audizione in Commissione Agricoltura al Senato. La Cina, vi si sostiene, ha sempre dominato il settore della seta grazie a enormi sacche di forza lavoro a buon mercato, lo sfruttamento delle quali non ha mai stimolato l’innovazione tecnologica. Tuttavia, il processo di industrializzazione cinese ha causato, come nel resto del mondo, l’abbandono delle campagne, un elevatissimo inquinamento ambientale e un netto prevalere delle colture alimentari rispetto alla bachicoltura. Il risultato è che la Cina produce oggi non solo molta meno seta, il cui prezzo sul mercato è aumentato vertiginosamente, ma anche di qualità peggiore. L’Europa, e più segnatamente Italia, Francia, Svizzera e Regno Unito, tentano quindi di diventare i protagonisti di questo nuovo scenario e si organizzano per investire in quello che viene ritenuto un progetto di sicuro successo. (CONTINUA)