STORIA DI BACHI (2): MESSINA

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Dal medioevo ai primi anni del secolo scorso, la sera precedente la festa dell’Ascensione la gente di Messina correva a frotte verso la spiaggia, si inginocchiava e ripeteva per nove volte di segui­to, a ogni flutto, una curiosa preghiera:

Ti salutu fonti di mari,/ ccà mi manna lu Signuri:/ tu m’ha dari lu to beni,/ jò ti lassù lu me mali.

(Ti saluto fonte di mare, / qua mi manda il Signore: / tu mi devi dare il tuo bene, / io ti lascio il mio male).

Immediatamente dopo tutti raccoglievano un pugno di sabbia. «L’arena raccolta [andavano] poi a gittarla su tutti i tetti delle persone che [allevavano] il baco da seta, gridando con gioia: Setti liviri a cannizzu».

Un bell’augurio davvero! Sette libbre di bozzoli a gratic­cio era molto di più di quanto mediamente rendesse la bachi­coltura; senza considerare gli anni di mancata produzione per un qualsiasi capriccio dell’oscuro santo che proteggeva i bachi, San Giobbe, tradituri per sua indole e fin troppo tole­rante verso le fattucchiere che mandavano il malocchio ai filu­gelli.

Ho voluto prendere le mosse da quest’antico rito di puri­ficazione tutto messinese, documentato da Tommaso Cannizzaro (1838 -1912), per sottolineare la grande rilevanza economica e socio­culturale di un’attività, la bachi-sericoltura, che è stata per secoli il fiore all’occhiello dell’economia della città dello Stretto e del suo hinterland contadino, fino al punto da influenzare i comportamenti di gente che nulla aveva a che vedere con bachi e filande. L’allevamento del baco da seta non era un segreto per nessuno nella Messina medioevale e moderna: sapevano tutti che la bigattiera era ospitata tra le pareti domestiche di tanta povera gente che aveva così un’oc­casione per sbarcare bene o male il lunario. Tutti conosceva­no le ansie e le speranze delle donne che badavano ai filugel­li con la stessa attenzione che le mamme dedicano ai loro bambini. E non si scandalizzavano se le uova del mutevole insetto, amorevolmente avvolte in un panno di lino, venivano fatte scovare tra i seni delle bachicoltrici. Anzi, avevano per queste donne lo stesso rispetto che solitamente si porta alle gestanti

Non era nemmeno segreto per nessuno, a Messina e nel­ Val Demone, la metamorfosi dei filugelli: appena nati cominciavano a brucare le foglie che le donne avevano smi­nuzzato nei graticci; crescevano a vista d’occhio e, dopo quattro mute, si rinchiudevano in bozzoli formati dalla loro stessa bava, per uscirne una quindicina di giorni appresso sotto forma di farfalla. Questo salto di qualità potevano però solo farlo pochi esemplari cui era affidata la continuità della specie: mentre il grosso dei bozzoli veni­va inviato alla svelta alle filande per estrarne la seta, le poche farfalle cui era concesso di sgusciare dall’involucro non per­devano tempo ad accoppiarsi per deporre nell’arco di poche ore le uova, e subito dopo morire.

Ora, se è assodata la larga diffusione nel Messinese della cultura bachi-sericola, non è facile ricostruirne la genesi, anche se si può ipotizzare che la città dello Stretto sia stata una delle prime stazioni europee dell’antica via della seta che, com’è noto, si cominciò a tracciare in Cina ben 2600 anni prima dell’era cristiana. Sappiamo da Confucio che in Cina la plurimillenaria avventura sericola ebbe inizio all’epo­ca dell’imperatore Ho-Ang-Ti il quale, fortemente impressio­nato della metamorfosi dei filugelli, incaricò la moglie Si-Ling-Ki di studiarne il comportamento. Dopo averli osserva­ti per alcuni giorni, l’imperatrice prese a dipanare i bruchi e a utilizzarne il filo tessuto. L’allevamento dei primi bachi (forse direttamente sui gelsi) fu la tappa successiva di una scoperta che avrebbe consacrato Si-Ling-ki «Dea della seta» e i Cinesi «Seri». Seres, li chiamavano infatti i Romani all’epoca di Augusto, quando i cittadini dell’Urbe vennero a contatto con i primi mercanti provenienti dall’Impero Celeste e la seta divenne il tessuto preferito dalle matrone.

A quell’epoca già da millenni in Cina esistevano grandiose fabbriche imperiali che producevano stoffe di seta da utilizzare nei cerimoniali di corte, ma anche nelle funzioni di rappresentanza internazionale, se è vero che alcuni dei drappi più belli erano inviati in dono a sovrani stranieri. Della seta i Cinesi fecero addirittura moneta di scambio e prodotto strategico, il cui segreto fu gelosamente custodito nei recessi della corte imperiale e tutelato da una legislazione così severa da prevedere pene durissime per chi avesse abbattuto piante di gelso e la condanna a morte atroce per chiunque avesse svelato il processo produttivo dell’attività serica.

Bisognava che passassero tremila anni dalla scoperta dell’imperatrice Si-Ling-Ki perché ne venissero a conoscenza il Giappone e l’India, «grazie all’astuzia di una principessa cinese andata in sposa al re del Turkestan la quale, per non rinunciare ai suoi abiti di seta, nascose nei capelli le uova del prezioso animale». O, perlomeno, così vuole la leggenda.

A Bisanzio i primi bachi da seta fecero ingresso ai tempi di Giustinano, ben nascoste dentro le canne dei bastoni di due monaci che lo stesso imperatore aveva inviato in Asia a diffondere il messaggio cristiano. Nel Nord Africa e nel resto d’Europa la bachicoltura fu introdotta dagli Arabi. I paesi europei che se ne avvantaggiarono per primi furono però i Normanni. I quali favorirono l’incremento dei gelseti a scapito del cotone e, nello stesso tempo, svilupparono anche l’industria della seta, utilizzando manodopera specializzata proveniente dalla Grecia. «A Vienna – nota Denis Mack Smith – esiste ancora un bel manto di seta in cui è ricamata un’iscrizione in lingua araba ove è detto che era stato tessuto nella fabbrica reale di Palermo nel 1133-34: questo laboratorio si trovava nel palaz­zo e vi lavoravano, oltre a operai della seta, orefici e gioiel­lieri». Da Palermo l’industria serica si diffuse prima in tutta la Sicilia e successivamente nel resto dell’Italia, per esser poi estesa alla Provenza, a Marsiglia, a Lione e ad altre regioni d’Europa.

L’area siciliana dove l’attività bachi-sericola si sviluppò meglio fu, però, il Val Demone. E non è da escludere che nel palazzo reale di Messina, inaugurato verso il 1140, «sia sorto, a somiglianza del laboratorio di Palermo, un edificio per indumenti reali» che, con ogni probabilità, produceva panni anche per i Messinesi, considerato che nel 1160 Guglielmo concesse loro l’esenzione dall’obbligo di comprarli dalla corte. L’attività serica a Messina continuò ad essere fiorente sotto gli Svevi e gli Aragonesi. Subì un grave ridimensiona­mento dopo la cacciata degli Ebrei (1492), che detenevano il monopolio della produzione e della commercializzazione dei prodotti serici. Ma si riprese presto con l’immissione di capitali e manodopera provenienti da Lucca e da Catanzaro.

Nel 1530 Carlo V concesse ai Messinesi i Capitoli della seta, una importante regolamentazione del processo produtti­vo, gestita in stretto rapporto con il Tribunale del Real Patri­monio dai Consoli dell’arte, autorizzati ad effettuare ispezio­ni «a tutte hore», multare i contravventori e, all’occorrenza, bruciare «in più lochi» la merce scadente. Ma già prima, nel 1517, la regina Giovanna aveva accordato ai Messinesi il privilegio di esportare la seta a Cagliari e a Siviglia. Filippo IV stabilì addirittura che tutta la seta siciliana fosse esportata dal porto di Messina. Si sviluppò di conseguenza una prestigiosa attività manifatturiera che riceveva importanti committenze dal clero e dalla nobiltà. Messina fu inoltre beneficiata di una fiera franca della seta che attirava un numero considerevole di mercanti stranieri, soprattutto genovesi, biscaglini e norvegesi.

Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’e­sportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento antispa­gnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico. Comunque, l’at­tività serica bene o male continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Coro­na nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana.

A dimostrazione della obbligatorietà di questa disposizio­ne, basti ricordare che, richiamando un apposito «Real biglietto» del 13 dicembre 1753, un Bando e Comandamento del Marchese di Trentino, maestro razionale del Tribunale del Real Patrimonio, subito dopo stabilì che tutti gli abitanti del Val Demone dovessero «forzatamente immettere le loro Sete in detta città di Messina, e volendole estrarre, lo [dovevano] fare dal medesimo Porto con pagare grana 30 per ogni libra per l’estrazione, oltre a grana quattro a libra pel pelo [ossia per il trasporto su animali da soma], e gli altri diritti di Regia Dogana, e contravvenendo a tale ordine, si [intendessero] non solo nella perdita delle Sete, ma di dover pagare ancora onze cento per quilibet contravvenzione, a beneficio della Regia Corte […] che in caso di furtiva estrazione di Sete dalli descritti luoghi […] per infra e fuori Regno oltre alle pene di sopra espresse, [avrebbero perduto] gli Estraenti e condutto­ri le Mule, Cavalli, Somari, Carri, Carrette, Bovi ed altri, sopra le quali [si fossero trasportate] dette Sete, e le barche sopra le quali si fossero imbarcate le Sete, o navigate per estrarsi».

Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola. Alla vigilia dell’unità d’Italia si cominciarono ad avvertire i segni di un diffuso disimpegno produttivo dei gelsicoltori, per effetto dell’atrofia di cui erano stati colpiti i bachi (pebrina). Molti proprietari cominciarono ad estirpare i gelsi e a piantare gli agrumi. E frattanto nell’Italia settentrionale s’introducevano nuove razze originarie dell’Estremo Oriente. La malattia che aveva attaccato i bachi in Sicilia fu debellata solo nel 1874. Ma la bachicoltura nel Messinese non scomparve, grazie all’iniziativa di un coraggioso industriale inglese, Tommaso Hallan, «che impiantò sistemi meccanici nelle filande» per produrre la seta greggia. Ma già cinque prima la Camera di Commercio di Messina aveva creato un ufficio di coordinamento delle attività connesse all’esportazione dei bozzoli in Francia e nelle città industriali del nord Italia.  Alla fine del secolo c’erano nove filande, sette delle quali a vapore, con circa mille addetti, in gran parte di sesso femminile. Ma il calo della produzione fu inevitabile: dai 22.000 quintali di bozzoli che si producevano nel 1855 si passò ai 17.000 nel 1880, che si ridussero a 15.545 nel 1888 e a 400 a fine secolo. In queste condizioni non può stupire più di tanto se a partire dal 1898 a Gazzi, villaggio a sud di Messina, una grande filanda che dava lavoro a 650 operaie mal pagate, divenne teatro di un continuo stato d’agitazione delle lavoratrici che reclamavano migliori condizioni di vita e di lavoro. La situazione precipitò nel 1904: «un clamoroso sciopero, come non s’era mai visto a Messina, bloccò letteralmente il territorio a sud della città». E la protesta, «che sapeva più di ribellione politica che di rivendicazione sociale», si estese a tutte le altre filande, con tutte le conseguenze del caso. A segnare l’inizio della fine della residua produzione di seta grezza in Sicilia fu il terremoto del 1908.

Pur nondimeno, in alcuni villaggi di Messina (Gesso, Pezzolo, Santa Margherita, Giampilieri, Massa San Giorgio, ecc.) la bachicoltura sopravvisse di un ventennio alla secon­da guerra mondiale, anche perché i sensali di Roccalumera continuavano a fare incetta di bozzoli per conto di una filan­da. Chi scrive alcuni anni fa ha avuto modo di raccogliere informazioni da un’anziana contadina di Pezzolo dalla quale ha appreso che fino al 1957 lei stessa allevava bachi da seta: possedeva una bigattiera capiente di trecannizzi e covava le uova con i seni. Inoltre è stato messo a parte di tanti partico­lari curiosi sull’atmosfera che si respirava nei villaggi quan­do veniva il momento di vendere i bozzoli, grazie alle infor­mazioni che, bontà sua, gli passò quello stesso giorno il par­roco di Gesso. Il quale, tra l’altro, possedeva una cotta di seta confezionata in casa, che gli era stata regalata dai familiari il giorno che fu ordinato sacerdote. Oltre a pochi scampoli di memoria e a qualche documen­to d’archivio, ormai non rimane granché della bachicoltura messinese: molte filande sono crollate; se ne sono salvate pochissime, rifunzionalizzate, però. Una, a valle di Galati Mamertino, ospita un ristorante. Un’altra, sita nel Capoluogo, è sede del Museo Regionale di Messina. Sopravvivono qua e là alcune piante di gelso, cui ormai è riservato il triste desti­no di proiettare l’ombra sull’ignavia di una classe dirigente che nulla ha saputo o voluto fare per salvare i tratti salienti dell’identità culturale delle operose comunità che hanno reso famosa nel mondo la tradizione serica messinese.

Eppure, soprattutto nei Peloritani, il paesaggio agrario racconta ancora egregiamente questa storia di lunghissima durata. Se sono venuti a mancare i gelseti, resistono le terraz­ze in muratura a secco (armacie) faticosamente costruite dai contadini per mettervi a dimora le piante di gelso. Questo importante patrimonio etno-antropologico è il precipitato sto­rico di vecchie angherie feudali e di patti agrari particolar­mente vessatori che «facevano obbligo al colono di eseguire, insieme alle opere di manutenzione delle strade poderali e delle armacie, i lavori per una buona conservazione della casa colonica». La stessa dimora contadina testimonia anco­ra dell’allevamento del baco da seta«Serrata alla base dal­l’esiguità dimensionale – osserva Maria Teresa Alleruzzo di Maggio – la casa ha dovuto svilupparsi in altezza, talvolta di tre piani sopra il terreno, dovendo disporre di più locali nei quali ospitare nei mesi primaverili le impalcature lignee a tor­retta (pannalori), su cui vengono disposti orizzontalmente numerosi tramezzi per l’allevamento del baco».

Ma cosa non si faceva per amore del baco da seta (vermu). Se ne face­vano benedire le uova nei venerdì di marzo. Si pregava San’Antonio Abate perché lo proteggesse dal fuoco e dalle formiche, San Zaccaria per preservarlo dai topi. Si cercava di muovere a pietà lo stesso filugello; certe donne di Naso arri­vavano al punto di entrare nella bigattiera perfettamente nude, dicendo ai bachi: vermu, sugnu a nuda, vestimi tu».

Le preghiere, i segni di croce, i riti magici erano all’ordi­ne del giorno. Quando il baco stava per fare la muta, le donne prendevano le necessarie precauzioni, posavano cioè sui gra­ticci tutti i ferri arcuati che riuscivano a procurarsi, «ordina­riamente falci, ronche e roncigli», ma anche uova di galline. Nelle case dove si allevava il baco c’era sempre «un bel paio di corna incastonate al muro»; attaccati all’estremità dei can-nizzi, «teste d’aglio, gruzzoli di sale, conchiglie, denti di porco ed altri ninnoli»; ai muri tante immagini sacre. Si bru­ciava tutti i giorni l’incenso recitando arcaiche orazioni. Si traevano auspici «circa la buona o cattiva produzione della “nutricata” persino dalla vista di una meteora, di una biscia, di un rospo o di una lucertola». E si gioiva, si ringraziava Dio, ci si disperava, ma si sapeva che era tutta questione di fortu­na. «Beato chi ha sorte», si credeva che fosse solito dire lo stesso San Giobbe, lavandosene le mani come Pilato. Rimane il fatto però che, baciate dalla buona sorte o segnate dalla sfortuna, nella provincia di Messina le donne continuarono ad allevare il baco da seta fino a pochi decenni addietro. C’è da chiedersi allora se in quell’area la bachicoltura non possa tornare ad essere un’attività produttiva.

All’inter­rogativo cercò di rispondere un convegno di alto profilo scientifico tenuto il 30 novembre 1984 nel villaggio Salice del comune di Messina con il patrocinio della Presidenza della Regione Siciliana. In quell’occasione uno dei relatori fece notare che bisognava prima ripristinare i gelseti. E aggiunse: «Anco­ra qua e là cresce qualche albero, risparmiato dagli incendi e dall’incuria dell’uomo. Ma occorrerà presto organizzare i vivai le cui produzioni rispondano a rigorosi requisiti geneti­ci e sanitari. Quindi provvedere alla distribuzione agli agri­coltori ne facciano richiesta».

Non se n’è fatto niente, finora. Conforta tuttavia sapere che nel frattempo qualche comune pedemontano dei Nebrodi si è attrezzato per conservare i segni della gloriosa tradizione sericola. A Sant’Angelo di Brolo, per esempio, c’è un Museo di arte sacra all’interno del quale sono conservati dei paramenti di seta prodotti in loco o in altri centri del Messinese. A Ficarra l’amministrazione comunale ha addirittura istituito da alcuni anni, ancorché solo a fini dimostrativi e didattici, la “Casa del baco” dove si allevano i filugelli con li stessi metodi di cui «rimane ancora oggi testimonianza nella memoria degli anziani, nei canti popolari e nel lessico familiare». C’è allora da sperare che gli esempi di questo tipo si moltiplichino e diventino presto oggetto di fruizione turistica e laboratori di innovazione progettuale per le iniziative di sviluppo locale.


Palermo 12 ottobre 2013 – A cura di Pippo Oddo

STORIA DI BACHI (1): TRENTINO

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Il baco da seta o filugello come più propriamente si chiama, o “cavaler” nella forma dialettale, è la larva di un insetto che produce il filo di seta avvolgendoselo attorno in piccoli bozzoli, dai quali poi viene dipanato e, successivamente, tessuto nelle industrie della seta. Il baco da seta si ciba di foglie di gelso.


L’allevamento del baco da seta è stato una fra le principali attività agricole del Trentino. Basti pensare che, nel secolo scorso, essa veniva esercitata nella stragrande maggioranza dei comuni rurali della provincia.

L’allevamento del baco da seta, in forma razionale, ebbe inizio, nel Trentino, all’incirca al principio del secolo XIX e si protrasse per quasi centocinquant’anni. L’attività fu abbandonata solo in anni recenti quando, sia la concorrenza delle sete asiatiche, sia soprattutto il diffondersi delle fibre artificiali, hanno reso non più remunerativa tale produzione.


L’attività di allevamento del baco da seta ha origini antichissime. Essa si riscontra in Cina già nel duemila avanti Cristo, ma si diffuse in Occidente solo molto più tardi.

I cinesi erano molto gelosi dei segreti di questa coltura e sembra che punissero addirittura con la morte che ne avesse tentato l’esportazione. La leggenda dice che una principessa cinese, che andò in moglie ad un re straniero, nascose uova di baco nei capelli e le portò alla nuova dimora. Il baco da seta si diffuse dalla Cina alla Corea e da questa al Giappone per essere poi portato nel Medio Oriente dove due monaci, nel 582, lo donarono all’imperatore Giustiniano di Costantinopoli. Da qui gli arabi lo portarono nella Spagna durante la loro opera di colonizzazione del Mediterraneo e, intorno all’anno mille e cento, esso giunse in Italia attraverso la Sicilia.
Così che, attorno al 1500, esso venne introdotto in Valle Lagarina, allora territorio soggetto alla Serenissima Repubblica di Venezia. Dalla Valle Lagarina, questa preziosa industria si propagò, a poco a poco, in tutto il Trentino: dalle Giudicarie, alla Val di Non, alla Valsugana, alla Valle dell’Avisio e infine, nel 1869, anche nel Primiero. Il clima del Trentino era ben adatto alla coltivazione del gelso e quindi l’allevamento del baco, che fu promosso dal governo austriaco.

La prima metà del 1800 fu l’epoca d’oro della bachicoltura trentina. Essa in pochi anni sopravanzò tutte le altre produzioni agricole. Furono piantati gelsi anche nelle valli più remote, occupando piano e colline; gli stessi alberi fruttiferi e perfino i vigneti dovettero cedere il posto a questo nuovo albero.

Accanto all’attività di allevamento del baco sorsero le industrie della seta. Attorno alla metà del secolo scorso, si contavano, infatti, a Rovereto e dintorni, ben quaranta filatoi che davano lavoro a oltre quattromila persone con una produzione che si aggirava sui 100 mila kg di sete rinomate in tutta Europa.

Al periodo di splendore della bachicoltura trentina subentrò, nella seconda metà del secolo scorso, una crisi profondissima. Le cause di questa crisi sono da ricercarsi in particolare nella concorrenza delle sete asiatiche, soprattutto dopo l’apertura dell’istmo di Suez (1869) che favorì enormemente l’importazione di prodotti serici dall’Oriente, nella diffusione di malattie che colpivano il filugello e, infine, nella perdita da parte dell’Impero austroungarico prima della Lombardia (1859) e poi del Veneto (1866) che fecero del Trentino territorio di confine con la conseguente chiusura dei mercati verso l’Italia.

Per far fronte a questa crisi, i produttori agricoli si riunirono in società e comitati appositi (Società agraria di Rovereto 1868, Consorzio Agrario Tridentino 1870). Scopo di queste associazioni era quello di difendere la coltivazione del gelso, di razionalizzare l’allevamento dei bachi, istruendo i contadini sulle nuove tecniche colturali e fornendo loro “il buon seme confezionato con tutta coscienza”.

Uno dei problemi più gravi da affrontare era infatti la produzione del seme. Questo spesso veniva venduto nelle campagne, da commercianti di poche scrupoli, già infetto o non sufficientemente selezionato, in rapporto alla crescita successiva.

Con sottoscrizioni fra i produttori il Comitato seme-bachi, organizzò diverse spedizioni in Medio Oriente e in Oriente, con a capo l’infaticabile don Giuseppe Grazioli, di Lavis, che avevano il compito di procurarsi seme esente da infezione, da distribuire sotto il controllo pubblico. Il successo delle spedizioni riaccese la speranza dei contadini trentini, anche se il bozzolo giapponese (verde) era qualitativamente inferiore al bozzolo indigeno (giallo). L’introduzione della selezione del seme-bachi per mezzo del microscopio, attorno al 1870, contribuì notevolmente a dare prodotto privo di infezione e a rendere i produttori trentini indipendenti dall’estero.

Nell’opera di difesa e di rilancio della bachicoltura trentina si distinse in particolare l’Istituto Bacologico (1883) emanazione dei precedenti comitati seme-bachi e la cui gestione fu affidata al Consiglio provinciale dell’Agricoltura.

L’importanza dell’allevamento del baco da seta nei primi anni del Novecento, per un paese montano e povero come il Trentino, si può ricavare anche da alcune cifre: la produzione normale di bozzoli era di 1.800.000 kg e al prezzo medio di corone 3.284 kg, essa dava un ricavo annuo, medio, di circa 6 milioni di corone.

da “Le stagioni della solidarietà” – L. Imperadori – M. Neri

FATTORIE SOCIALI E GELSIBACHICOLTURA

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Negli ultimi anni l’agricoltura ha assunto nuovi ruoli passando da semplice attività economica per la produzione di beni destinati all’alimentazione umana e animale, ad attività in grado di migliorare l’ambiente (tutela del territorio, riduzione dell’inquinamento) e fornire servizi alla popolazione anche collegati alle politiche sociali e del lavoro.

In particolare, in Italia si sta consolidando la tipologia dell’agricoltura sociale, che offre nuove potenzialità e opportunità per lo sviluppo delle aree e delle comunità rurali fornendo risposte ai bisogni di servizi alla persona, favorendo la conoscenza e la fiducia reciproca.

In Veneto, il Consiglio regionale, comprendendo questa richiesta del territorio, il 28 giugno 2013 ha adottato la legge regionale n. 14 “Disposizioni in materia di Agricoltura sociale”. La legge definisce le attività inerenti l’agricoltura sociale e i soggetti titolati all’erogazione dei servizi: sono le “fattorie sociali”. In attuazione alle disposizioni della legge regionale, la Giunta, con DGR n. 2334 del 09/12/2014, ha approvato il procedimento amministrativo per l’iscrizione nell’elenco regionale delle fattorie sociali e le modalità della sua tenuta (Allegati A e B alla DGR).

Martedì 30 giugno, si è tenuta a Verona la conferenza ‘‘Coldiretti protagonista di un nuovo welfare” dove i primi 60 agricoltori sociali veneti che hanno superato la prova finale discutendo una tesina e rispondendo ai test dei funzionari regionali dopo aver frequentato ciascuno 114 ore di formazione hanno ricevuto il loro attestato. Sono attuali o futuri titolari di fattorie agricole che potranno occuparsi di anziani, diversamente abili, minori e persone svantaggiate ai sensi della legge regionale che disciplina l’agricoltura sociale.

L’evento, al quale ha partecipato il Cantiere della Provvidenza presentando la sua esperienza d’inserimento lavorativo di persone fragili attraverso la gelsibachicoltura, si è tenuto nella sala Zanotto della Basilica di San Zeno alla presenza di Claudio Valente presidente di Coldiretti Verona, Riccardo De Gobbi dell’Area Agroambiente della Regione Veneto, Alessandro Dall’Ora direttore generale dell’ULSS 22 di Bussolengo e Fabio Menin del settore della formazione della Regione Veneto. Le conclusioni sono state del direttore di Coldiretti Veneto Pietro Piccioni.

«La prossimità e la relazione interpersonale – ha commentato il presidente di Coldiretti Mauro Giuriolo – sono da sempre presenti nel mondo agricolo cosi come la solidarietà, il mutuo aiuto, l’ospitalità, l’assistenza delle persone all’interno di una cerchia familiare “allargata”. In agricoltura c’è una predisposizione naturale per la valorizzazione delle persone di tutte le età e questa attitudine ha consentito di alimentare un welfare inclusivo più umano e rispettoso delle fragilità».

L’intervento di SImone Palma, del Cantiere della Provvidenza ha puntato su quanto realizzato da tre anni nel campo dell’inserimento socio-lavorativo in ambito del progetto Cantiere del Baco. La bachicoltura, e dunque l’attività di allevamento di bachi da seta, in quanto attività lenta e essenzialmente manuale favorisce percorsi di co-terapia, riabilitazione, inclusione sociale ed educazione. Permette a piccoli gruppi di persone di stare e lavorare insieme con allevatori e operatori sociali in spazi e tempi propri dell’agricoltura. Unisce in modo innovativo reti formali di servizio e reti informali di comunità per offrire risposte a diversi bisogni per soggetti a bassa contrattualità. Partecipa anche al recupero di un’attività antica che ha segnato il paesaggio del territorio e le persone che lo abitano.


Link utili: 

Cantiere del Baco 2014

Simone Palma  L’esperienza di inclusione sociale (1) | Chiara Olivotto  L’esperienza di inclusione sociale (2)

PREOCCUPAZIONI PER IL FUTURO DEL CRA-API DI PADOVA

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Nel quadro della ristrutturazione dei centri di ricerca agricola del CRA (Consiglio per la ricerca in agricoltura) è stata delineata una prospettiva assai preoccupante per il rilancio della gelsibachicoltura italiana in quanto non è ancora chiara la sorte del l’Unità di ricerca in bachicoltura con sede a Padova. Essa potrebbe essere accorpata con altri istituti a Firenze o Bologna con conseguenze molto negative per il settore che sta vivendo una ripresa.

Da mesi, il Cantiere della Provvidenza SPA – Società cooperativa ONLUS si è mobilitato a vari livelli sottolineando le potenzialità del settore e l’importanza di mantenere in Italia le capacità di ricerca che sono di alto livello rispetto ad altri paesi. Siamo sicuri che le persone incaricate per definire il nuovo piano di riorganizzazione del CRA saranno capaci di valutare in modo positive le nostre richieste e quelle dei nostri partner per mantenere in vita una struttura indispensabile alla rinascita della via della seta in Veneto, e non solo.

Condividiamo con voi  qui di seguito l’articolo apparso su IL MATTINO DI PADOVA di recente.

Si legge:

”Ha sede a Padova uno dei più avanzati centri di ricerca sul sistema della produzione della seta nel mondo. Un primato che la città rischia di perdere dopo i tagli previsti dalla legge di stabilità 2015 che impone il taglio del 50% delle articolazioni locali dei Cra – Inea (Consiglio per la ricerca in agricoltura). Una razionalizzazione che farebbe prendere la via di Firenze al centro di ricerca (Cra-Api) di Padova specializzato nella bachicoltura da seta. Un danno significativo per un settore che, pure scomparso da oltre 50 anni in Italia, ora punta ad una rinascita grazie ai brevetti del Cra di via Newton a Brusegana e alle attività de “La Rinascita della Via della Seta”, la rete d’imprese che ha ricostruito e riorganizzato l’intero ciclo della seta, dalla coltivazione del gelso all’allevamento dei bachi, fino alla trasformazione del filato ed alla realizzazione di gioielli in seta ed oro disegnati e commercializzati da d’Orica.”

Per maggiori info sulla Conferenza stampa del 17 giugno, clicca qui.