COSA ERANO I CAVALIER?

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Da un articolo pubblicato nella newsletter n.6 dell’associazione La Theka di Fonsazo, 2010, a cura di Nicolas Oppio

Cosa erano i cavalièr (1)?

Posta ad un ragazzo questa domanda può sembrar   banale,   e   la   risposta s i c u r a m e n t e   s a r à   ‘ d e i   s o l d a t i medievali’. Meno banale la domanda diventa se posta ai nostri nonni: chi erano i cavalièr? Erano i bachi da seta,  un’importante  risorsa  per  il s o s t e n t a m e n t o   d e l l e   f a m i g l i e contadine.

“Li compravamo a Fonzaso, di solito ne prendevamo un’oncia”, dice Carmela Oppio, classe 1920, di Pederoncon. “Pensa che li acquistavamo in una scatoletta di carta e dopo quaranta giorni occupavano sette o otto graìthe (ripiani rettangolari di circa 1,5 mt x 3 ndr)”.

In   quei   quaranta   giorni   i c a v a l i è r   r i v o l u z i o n a v a n o completamente la vita all’interno delle case. E se verso la metà del 1900 si comperavano i bachi, prima si comperavano le uova. “Mia nonna mi racontava che le uova, per incubarle, le metteva dentro il letto”, ricorda Armida Dalle Mulle, classe 1933 di Fastro, “e quando nascevano i bachi si iniziava a nutrirli con la foglia del morèr bianco (gelso ndr). Era bello vedere come crescevano a vista d’occhio”.

I bachi da seta avevano bisogno di ambienti appositi e preferibilmente dotati di stufa per m a n t e n e r e   u n a   t e m p e r a t u r a costante. Carmela Oppio ricorda che la sua famiglia aveva una casetta in sasso utilizzata solo a quello scopo, mentre la famiglia di Armida Dalle Mulle utilizzava una stanza in casa, come gran parte delle famiglie che allevavano i cavalièr. Il baco da seta richiedeva cura e attenzione, bisognava controllare sempre che la temperatura   della   stanza   fosse c o s t a n t e ,   c h e   l e   f o g l i e   c h e mangiavano fossero asciutte e che i letti fossero puliti da escrementi, resti di foglie e bachi morti. Se ciò non accadeva? “I’andea in vaca”, dice Bortolo Dall’Agnol, classe 1924 e marito di Armida.  “Si gonfiavano, diventavano gialli e morivano”.

Osnago

Una delle cose che maggiormente impressionava sia  Armida che C a r m e l a   e r a   c o m e   i   b a c h i mangiassero voracemente gli ultimi otto giorni del loro allevamento: “Anche tre o quattro volte al giorno bisognava dargli da mangiare!” spiega Carmela. “Però erano soldi preziosi per le famiglie”, afferma Armida. “L’impegno della famiglia in quei quaranta giorni era grande, ma anche la soddisfazione”.

I gelsi, o m o r è r ,   e r a n o   u n a   r i s o r s a fondamentale per l’allevamento del baco, e se è vero che tutte le famiglie ne avevano, come ricorda Bortolo, è anche vero che erano contati: “Quando venivano fatte le spartizioni all’interno delle famiglie, i morèr venivano contati e dati esattamente metà a ciascuno”.

Quando i bachi finivano di mangiare, si preparavano loro delle fascine di canne, dove i cavalièr si sarebbero arrampicati per formare il bozzolo. “I bachi poi venivano raccolti e messi su un lenzuolo bianco”, racconta  Armida, “e poi portati giù in paese (Fastro ndr), dove venivano a comperarli.

Ovviamente dovevano venire a comperarli prima che la farfalla nascesse, altrimenti uscendo dal bozzolo questa lo avrebbe reso inutilizzabile”. Aggiunge poi Armida: “I bozzoli doppi o quelli non completati diventavano scarti che le famiglie tenevano. Venivano messi a bollire su un paiolo e lavorati per fare calze o maglie. Era ovviamente una seta grezza, non di seconda scelta, ma peggio!”. Dal dopoguerra cessò anche l’allevamento dei cavalièr, che ora rivivono nei racconti dei nostri nonni.


(1) Origine del nome ‘Cavaliere’: ‘Generalmente e’ bene accolta l’ipotesi del Maccarone, che il baco da seta sia stato chiamato cavaliere per il suo movimento caracollante, quando, maturo, si accinge a salire al ‘bosco’, pur non escludendo che la denominazione sia stata rafforzata dalla coincidenza delle processioni propiziatorie per i bachi, che un tempo si svolgevano il giorno di Pentecoste, quando venivano consacrati i cavalieri, e dal fatto che i bachi fossero posti sotto la protezione di S. Girgio, il santo dei cavalieri. Per finire, un grazioso indovinello proposto nel XVII secolo dal Malatesti:”SOn cavalier, ma senza croce sul petto, i mori spoglio, e in Africa non vo.”

 

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